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direttore Antonio De Cristofaro

Cidec, le liberalizzazioni e la fine del ‘tempo delle passerelle’.

Scritto da il 16 gennaio 2012 alle 14:20 e archiviato sotto la voce AttualitĂ , SocietĂ . Qualsiasi risposta puo´ essere seguita tramite RSS 2.0. Puoi rispondere o tracciare questa voce

Il presidente di CIDEC, Milena Petrucciani, interviene nuovamente a riguardo della liberalizzazione degli orari dei negozi: “le polemiche che stanno fiorendo sulla questione ci sembrano eccessive ed evidenziano una certa paura al cambiamento. Liberalizzare la gamma delle opportunità di relazione con i consumatori che sono sempre più diversificati nelle abitudini e nei bisogni, è un fatto positivo; andare incontro alle esigenze dei cittadini può accrescere la vendita di prodotti sebbene siamo in una fase di recessione in cui è difficile prefigurare immediati mutamenti di rotta.
Non ci sono nemmeno le condizioni per un ricorso alla Corte costituzionale  così come invocato da Regione Veneto, Puglia e Toscana  -sottolinea Petrucciani – perchĂ© il governo, piuttosto che sul commercio che è di competenza regionale, è intervenuto sulla libera concorrenza, che è materia di competenza statale”.
Certo è, che le liberalizzazioni non possono rimanere fini a se stesse ma devono essere accompagnate da politiche produttive e di marketing fondate sulla qualità, il legame con il territorio, la trasparenza, la corretta etichettatura e la chiara informazione che possono essere raggiunte attraverso la costituzione dei DISTRETTI DEL COMMERCIO, cabine di regia capaci di gestire l’organizzazione sociale ed economica del territorio in considerazione dei suoi aspetti economico, turistico, storico e sociale.
Il presidente di CIDEC così continua: “siamo ormai stanchi di sentire le solite litanie dei rappresentanti istituzionali sulle eccellenze enogastronomiche territoriali che si materializzano solo in inutili e costosi convegni con risultati pari a zero. Il tempo delle passerelle è finito!  Se si vuole risalire la china, occorrono nuove idee e nuove iniziative, possibilmente a costo zero per le imprese.
Ad esempio: se davvero vogliamo promuovere le eccellenze enogastronomiche, abbiamo mai pensato di promuoverle utilizzando le strutture ricettive?  Ci si è mai sforzati di mettere insieme sinergie di comparto?
Altrettanto inutili le continue lamentele dei rappresentanti delle istituzioni e delle imprese che  continuano a fingersi paladini di attività che loro stessi hanno contribuito a distruggere!  Mi riferisco agli scompensi che hanno prodotto i centri commerciali. Chi, se non loro, hanno promosso e avallato questa scelta scellerata. E per che cosa? Per qualche posticino di commessa (forse sottopagata e part-time) in uno dei tanti supermercati o esercizi commerciali?
Ormai la frittata è fatta ed è inutile piangersi addosso. Dobbiamo solo rendercene conto e fare in modo di evitare ulteriori scompensi tra grande e piccola distribuzione valutando i vantaggi e gli svantaggi dell’una e dell’altra.
Gli attori istituzionali devono mettere in campo ogni strumento, amministrativo e politico, per evitare ulteriori danni al commercio, all’artigianato, al turismo sforzandosi di  creare condizioni per un  maggiore equilibrio possibile tra piccola, media e grande distribuzione.  Il resto sono solo parole, perdita di tempo e spreco di soldi (pubblici e delle imprese)”.

1 Risposta per “Cidec, le liberalizzazioni e la fine del ‘tempo delle passerelle’.”

  1. gianni scrive:

    Fare la spesa la domenica non è una necessità!, è un regalo fatto ai centri commerciali.
    In paesi come la Germania, l’Austria, la Svizzera, la Francia, la maggioranza dei paesi scandinavi le domeniche i negozi sono chiusi e le economie di certo non ne risentono, i tedeschi non muoiono certo di fame se il supermercato è chiuso e l’economia non se la passa di certo peggio che la nostra.
    La domenica è il principale giorno di riposo in tutti i Paesi ed in tutti i settori che non siano considerati essenziali.
    La domenica non è un giorno qualsiasi, perché credo che ci siano dei capisaldi della nostra cultura che vanno tutelati: è si necessario fare spazio al nuovo ma bisogna trovare un modo perché questo non avvenga a scapito di importanti valori sociali e per chi crede anche religiosi.
    Sono anche buone tradizioni che fanno parte della nostra identitĂ  e che credo debbano essere salvaguardate dall’invasione di una mentalitĂ  consumistica.
    Nelle domeniche e nelle feste si devono “consumare” soprattutto i beni relazionali tra le persone, prima ancora che quelli materiali.
    Per questo io propongo una soluzione che penso sia condivisibile: una turnazione intelligente di aperture festive che preveda, tot negozi e centri commerciali aperti dove fare la spesa, secondo un calendario concordato. (come x le farmacie)

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