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I mille passi di una comunità meridionale

Scritto da il 21 marzo 2011 alle 12:27 e archiviato sotto la voce Cultura & Spettacoli, Territorio, Testata. Qualsiasi risposta puo´ essere seguita tramite RSS 2.0. Puoi rispondere o tracciare questa voce

Importante ed indovinato regalo di Angelo Fuschetto
alla cultura e alla memoria storica

I mille passi di una comunità meridionale

L’Autore presenta una splendida antologia iconografica facendo riemergere dalla notte dei tempi meravigliose storie incustodite, nomi e cifre rimasti finora inediti, proteste, manifesti, interpellanze nei confronti di scelte non condivise o cecità, inerzia, passività delle autorità.

di Elio Galasso*

Non che non lo sappia, Angelo Fuschetto, tutt’altro, ma nel suo nuovo ponderoso volume – I mille passi di una comunità meridionale. Memoria muta di San Marco dei Cavoti (Auxiliatrix, Benevento 2010) – pare non voglia far caso al fatto che il nome del suo luogo d’origine circola oggi dappertutto, per le intelligenze che ha disseminato nel mondo, per quel che ha prodotto e produce tuttora. Questo libro, per esempio, che tuttavia non gli basta.
Chi si contenta gode, diceva un proverbio antico. Fuschetto non gode perché non si contenta. Per lui il millesimo è un passo come un altro, nient’affatto l’ultimo, e deve preludere al passo successivo, perchè una comunità storica non ha un traguardo finale ma un destino d’eternità. Il problema è soltanto definire il percorso, in continuazione, oggi più che mai con urgenza, dato che San Marco perde colpi come tante località del nostro Mezzogiorno interno.
A questo punto chiederete: ma perché la chiama ‘millenaria’ se San Marco dei Cavoti, come pure si legge nel libro, si è connotata come realtà finalmente urbana ‘soltanto’, si fa per dire, nel Trecento, quando vi arrivarono i provenzali da Gap a definirne in modo inconsueto per il sud Italia una identità specifica? Non millenaria ma plurimillenaria, risponderei, perché certe testimonianze arcaiche indicano un tempo incalcolabile, ben più lungo di quanto si possa immaginare, e prospettive che sembrano denotare una sorta di codice genetico che induce lo sguardo lontano.
Mi riferisco al più eclatante tra i primi ‘passi’ di quella storia, cui il libro accenna appena, testimoniato dal Corredo funerario di nobile sannita del VII secolo avanti Cristo, da Contrada Zenna, che quando ero alla Direzione del Museo del Sannio collocai in una vetrina della prima Sala Archeologica, a far da biglietto da visita sontuoso della civiltà originaria delle nostre genti, troppo semplicisticamente identificate come bellicose, e nulla più.
Ci sono, in quel corredo, reperti di valore cospicuo per l’epoca: un rasoio quadrato con manico, tre fionde a spiedo lunghe circa settanta centimetri di uso non militare, un coltello ricurvo, una punta e una base di lancia, una punta di giavellotto, una spada corta con la relativa guaina e soprattutto una fibula a disco con decorazioni graffite e ardiglione mobile che fermava al petto la veste di rappresentanza del nobile defunto. Più dell’evidente preminenza di quel personaggio nel contesto sociale stratificatosi secondo condizioni economiche in quel preciso luogo del Sannio preromano, più ancora del livello tecnologico chiaramente notevole raggiunto in terra beneventana dalle classi aristocratiche in possesso di bronzo e ferro quando intorno si adoperava ancora la pietra, più della ritualità codificata di culti e di filosofiche credenze nell’aldilà che indussero alla sepoltura dell’uomo col suo tesoro personale, è infatti la forma originale di quella fibula, di sicura qualità d’arte, a indicare che chi visse tremila anni orsono nella dorsale appenninica, là dove siede San Marco dei Cavoti, aveva prospettive di conoscenza ampie, addirittura mediterranee.
Rimanda a documenti sicuri Fuschetto, codici medievali, dal Chronicon di Falcone Beneventano alla Platea antiqua dell’Abbazia di Santa Sofia di Benevento, per attestare la continuità, oltre che l’antichità, dell’abitato sammarchese, cita studiosi e opere che in varie epoche ne approfondirono la vicenda. Ma li abbandona poi volentieri, segnalandoli nella bibliografia: la materia nelle sue mani era troppa e, soprattutto, inedita, in prevalenza fotografie, una miriade. E’ infatti da solo che Fuschetto percepisce, esplora e riflette sulla realtà che ha ereditato e vissuto, dato che ad essa lui sa di appartenere: un riflettere, il suo, che segue binari critici collaudati, tenendo ad opportuna distanza ideologie rischiose. E ce la propone, quella variegata realtà umana, organizzandola per temi, con immagini recuperate da archivi pubblici e privati, perfino da portaritratti e album custoditi nell’intimità delle case.
La sua indagine svela fatica certosina e, al tempo stesso, testimonianze di affettuosa partecipazione collettiva, ma fin dal principio non appare finalizzata a una ‘mostra’ fotografica da proporre per un amarcord sentimentalistico banalizzando vicende e valori sostanziali per appagare solo i curiosi. Nasce piuttosto da una idea interessante, perchè procede facendo dialogare fra loro tracce visive numerose e didascalie ampie ma subordinate a quelle, rinunciando a un testo continuativo scritto. Il racconto lo fa quindi soprattutto con strumenti ben più densi della parola, le fotografie appunto, con cui invita a capire che, affinchè il microcosmo sammarchese diventi un possibile oggetto di esplorazione anche da parte nostra, sia a livello emotivo che intellettuale, è necessario prima di tutto che noi lo percepiamo in modo analogo al suo. Che poi è il modo moderno di usare l’immagine come strumento di percezione e creazione del mondo.
Un libro, si sa, non può essere descritto. Ma va interrogato: solo così dà risposte e a sua volta pone domande, all’Autore e a noi. Questo libro dice che, per Angelo Fuschetto, San Marco dei Cavoti è sempre al suo inizio. La gente, i pensieri, il lavoro cominciano quando lui parte col progetto rappresentativo, come per un viaggio che crea il territorio che attraversa, dove una realtà nuova, costruita alla presenza del lettore-osservatore, sembra accadere per la prima volta. E davvero per la prima volta essa accade, è la Storia che si fa realtà-oggetto, senza essere imitazione o specchio di memorie epiche o sentito dire di fatti quotidiani. Una storia che si fa narrazione creativa perchè va di pari passo con l’invenzione della fotografia che è interpretazione, punto di vista.
A San Marco, narra il libro, prevale la pietra, che induce a geometrie non complesse, uniforma i toni cromatici, staglia gli edifici sul paesaggio aspro del Fortore e lungo le vie dell’abitato su cui facevano tappa diramazioni di preistorici tratturi, dà il senso della durata, al punto che sorprende che la potenza del terremoto sia riuscita talora ad averne la meglio, come dicono drammatiche immagini. Piuttosto che leggerne descrizioni, sono allora i nostri stessi occhi a guardare le dimore antiche emergere, senza boriosità barocche, sugli incastri delle case umili, sugli slarghi e le botteghe. Tutto ha una misura, come il tempo scandito dall’orologio della torre. I segni del potere si alternano a quelli del vissuto in subordine, stemmi e chiavi di volta datati, sculture inserite a vista per farsi gioielli da esibire, iscrizioni formali di eventi noti, testimoni di memorie da non scordare, e indecifrati graffiti, orme di transiti fuggevoli di vite qualsiasi.
E poi i luoghi del potere e del culto, mai sontuosi, custodi di una vita severa tra spazi e arredi d’epoca, trasmessi a chi è sempre capace di salvaguardare col restauro testimonianze preziose come la Madonna del Carmine col Bambino o quel piccolo capolavoro in legno che è la statua settecentesca di Maria Vergine Immacolata. E’ una conversazione in fase di svolgimento, in cui lo scrittore e il lettore, mentre parlano tra loro, costruiscono strato su strato il mondo in cui vivono i cittadini di quella comunità.
E infine le persone. Ce ne sono così tante che ogni assenza, pur scontata e necessaria, parrebbe una esclusione: papi e sovrani, autorità civili e militari, intellettuali e prelati, figure insigni del mondo della politica, dell’economia, della cultura, di ogni professione e mestiere. E matrimoni e prime comunioni, ragazzi e docenti, la femminilità schiva e le partenze per le guerre, fascisti e partigiani, emigranti verso i vari continenti, povertà celate da portamenti dignitosi davanti all’obbiettivo fotografico e ricchezza ostentata senza prevaricazioni, interni e gite e tavolate all’aperto, attrezzi di lavoro e specialità culinarie, i dolci rinomati per le feste tipiche, costumi tradizionali per processioni e funerali, manifesti ai muri, l’affratellamento o l’astio per decisioni d’interesse comune o di parte, per lo sport….
Per nessuna persona, neppure per se stesso, che ritorna più volte nel libro nei ruoli che la vita gli ha assegnato, Fuschetto stabilisce un recinto chiuso: ogni scena, documento, testo, ha tanti protagonisti invitati a riconoscersi, si ramifica in una giungla di citazioni, di date, di connessioni, di storie susseguenti, di storie alternative, di commenti inquietanti e schiette citazioni. Fra tutte – poteva mancare? – una foto dell’Autore che per le vie di San Marco eleva tra la folla un tabellone di protesta al sindaco: come si addice ad ogni personalità esuberante, direi che anche per Angelo Fuschetto la rappresentazione di sè è la più adatta perché più diretta! Ma non meno di lui, in una con lo scenario di pietre lucenti tagliate a squadro, è persistente, insistita e orgogliosa, per intelligenza e tenacia, la folla che anima il libro.
Quello dei mille passi di San Marco dei Cavoti non è dunque soltanto un libro di storia, ma una sorta di autobiografia individuale e collettiva. Contiene i sogni di un uomo e di una gente. Ricercatore consumato e saggista di gran maestria, Fuschetto è, come sottolineavo, uomo di convinzioni profonde. Ne ha dato prova con l’impegno nella scuola e nelle relazioni sociali, ma più ancora con il suo modo insieme sommesso eppure deciso di seguire i fili di umanità che intersecano il luogo dove vive con ciò che lui fa, e ciò che lui fa con ciò che lui è, in un tentativo continuo di percepire ciò che vorrebbe diventasse realtà.
Proprio per questo motivo, per avere egli rifiutato di rappresentare la cittadinanza di San Marco dei Cavoti in una narrazione convenzionale della sua identità storica e geografica, e per averne tracciato i caratteri originali facendo in modo che si scontrino e si incontrino con le insidie del mondo circostante, come mille volte è accaduto in passato, avvertiamo nell’Autore il timore di poter svanire lui stesso nel microcosmo a cui consegna il suo amore, e al tempo stesso il piacere di far emergere da questo libro una lezione che congiunga quel gran paesaggio e quella piccola città al suo lettore.

*) Già Direttore del Museo del Sannio – Storico

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