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Il pubblico a teatro nella Grecia antica, conferenza con gli studenti del Livatino

Scritto da il 27 novembre 2010 alle 20:29 e archiviato sotto la voce Scuola. Qualsiasi risposta puo´ essere seguita tramite RSS 2.0. Puoi rispondere o tracciare questa voce

Il pubblico a teatro nella Grecia antica. E’ questo il titolo di un’interessante conferenza svoltasi stamane nell’aula magna del Liceo Classico “La Salle” di Benevento, cui hanno partecipato tra gli altri gli studenti delle classi I e II del Liceo Classico “Livatino”, accompagnati dai loro docenti. Ha relazionato il professor Donato Loscalzo, dell’Universit√† di Perugia, esperto di drammaturgia antica, il quale √® partito dalla struttura architettonica del teatro greco per poi passare ai significati simbolici e religiosi della maschera di Dioniso, dio dell’ebbrezza, l’unico che nel teatro antico venga raffigurato non di profilo come le altre maschere del teatro, ma in pieno viso (egli rappresenta la trasformazione, la mutevolezza, il legame dell’uomo con il divino attraverso l’ebbrezza, √® anche figura studiata ampiamente da Nietzsche), per poi passare alla considerazione del teatro nella filosofia aristotelica (catarsi) ed in quella platonica (condanna dell’arte come imitazione dell’imitazione).

Loscalzo ha detto che la tragedia greca dura ottant’anni, quella shakesperiana (nell’Inghilterra vittoriana) per un

breve periodo, poi nessuno √® stato pi√Ļ in grado di scrivere tragedie, mentre l’unico genere letterario che permane √® quello della commedia. “Secoli di cristianesimo, ebraismo e psicanalisi – ha detto Loscalzo – ci insegnano che siamo noi i responsabili del nostro dolore”. La grande stagione tragica parte da Sofocle e passa attraverso Eschilo ed Euripide. Proprio su questi ultimi due autori si concentra l’attenzione di Loscalzo: in Eschilo l’uomo √® colui che patisce il dolore, inevitabile nella vita di ciascuno, del quale per√≤ non √® responsabile. In Euripide (“Oreste”), per la prima volta entra nel lessico della tragedia greca un termine, la “consapevolezza” (synesis), per cui il protagonista della tragedia accusa il dolore di vivere derivantegli dalla consapevolezza delle proprie terribili azioni, di cui, appunto, √® l’unico responsabile. Con Euripide la tragedia greca finisce.

Loscalzo ha sottolineato che con la tragedia per la prima volta, nella chiusa e maschilista societ√† ateniese, viene aperta una finestra su quello che accadeva nei rapporti familiari e sono soprattutto le donne (ad esempio Medea) a divulgare la loro sofferenza. La notizia esce dagli angusti confini dell’oikos e diviene pubblica. Le donne della tragedia sono spesso figure coraggiose. Per tutti questi motivi protagoniste della tragedia sono proprio delle donne. Anche oggi, ha concluso Loscalzo, basta seguire la cronaca ed aprire i giornali per rendersi conto che succedono cose “da tragedia greca”, basti vedere ad esempio il delitto di Avetrana, dove il delitto si √® consumato in famiglia e dove la dimensione privata √® stata scandagliata e portata alla ribalta dai cronisti. Mentre invece, in sottoprodotti come “Il Grande Fratello”, la dimensione pubblica e quella privata tendono a confondersi e ad amplificarsi attraverso la televisione.

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